Nel 2009 il libro La valanga di Selvapiana di Italo Zandonella Callegher (editore Corbaccio/Garzanti), vinse il Premio Gaeta e il Premio “Alpini Sempre”. Quest’ultimo è un premio voluto e organizzato dal Gruppo Alpini di Ponzone con l’appoggio della Sezione di Acqui Terme. Ora, 2012, lo stesso premio è stato assegnato a La ragazza del mulo (editore Mursia), sempre di Zandonella. Una bella soddisfazione, «…insperata, - dice l’autore - perché non è facile vincere due volte lo stesso premio.»
Mentre ne La valanga… si racconta la storia e le imprese degli Alpini sulla cima    Undici e sul Passo della Sentinella durante gli anni di guerra 1915-17, ne La    ragazza… si narrano le battaglie sanguinose combattute nello stesso periodo fra   italiani e austro-ungarici sulla Cresta di Confine, che era la terribile prima linea   dell’Alto Cadore. Ora è allo studio l’idea di concludere la trilogia narrando la   storia della Grande Guerra sulla Croda Rossa di Popèra.
 
La cerimonia di Ponzone si è svolta il 20 e 21 ottobre 2012 (organizzata   dall’efficiente alpino Sergio Zendale, segretario del Premio) ed è stata semplice, sentita e genuina come tutte le ricorrenze degli alpini.
 
Ponzone è un tranquillo e bellissimo paese turistico del Monferrato, in provincia di Alessandria, a due passi dalla celebre Acqui Terme di origini romane.
Nel pomeriggio del 20, dopo l’inaugurazione di una bella mostra su cimeli alpini, il Coro “Acqua ciara monferrina” della Sezione si è esibito in un repertorio di tutto rispetto, esibendo anche dei pezzi inediti e molto belli.
Il 21, alla presenza di autorità civili e militari, c’è stata la consegna del premio. Naturalmente graditissimo perché Zandonella lo riceveva per la seconda volta, perché la giuria è indipendente e non legata a interessi di parte, perché è un premio genuino e pulito, perché il vincitore è uno “da fuori” che non ha amici e non è un raccomandato.
 
Abbiamo fatto a Zandonella alcune domande che ci sembrano   utili e pertinenti:
 
Cosa si prova ad essere premiato per la seconda volta con un   premio così importante?
 
Molta soddisfazione e anche un po’ di incredulità vista la   difficoltà, oggi, di vincere un premio. Doppia contentezza,   dunque. Fra l’altro c’erano parecchi libri in concorso, fra cui   ben quattro dell’editore Mursia, tutti su argomenti di guerra e   con protagonisti anche gli alpini.
 
Quale è stata la sua reazione quando ha saputo del premio?
 
Reazione serena e tranquilla. Sono un montanaro e un alpino-alpinista, perciò tengo sempre i piedi ben piantati per terra. Tutto quello che arriva lo considero un valore aggiunto, da prendere certamente con gioia, ma moderata. Se uno crede di volare alto solo perché ha vinto qualche premio, è destinato a cadere e a farsi molto male…
 
Da quanto tempo aveva in mente di scrivere questo libro che lei considera la continuazione de La Valanga di Selvapiana?
 
In effetti è la continuazione. È il seguito di quel libro, che giunge nella narrazione fino al Passo di Montecroce Comélico mentre il secondo riparte da qui e va verso oriente. L’idea di continuare mi è venuta durante le ricerche per La valanga… Ho trovato molte similitudini con quella storia e mi pareva giusto raccontarla. Il settore di guerra è un altro, dall’altra parte della valle, con una geologia diversa e con soldati diversi. Alpini in Popèra, quasi tutti Fanti sulla Cresta di Confine. Ma il risultato è simile; una grande tragedia. Questo lavoro mi è costato anni di ricerca in Italia e in Austria, ma alla fine è scaturito un racconto che mi soddisfa, anche se duro e a tratti inverosimile. Tant’è che all’inizio del volume dico: “Scrivendo questo libro ho dovuto usare la testa per controllare il cuore”. Perché ho incontrato nella storia un mucchio di errori di valutazione, di crudeltà, di comandanti macellai e incapaci. E un mucchio di poveri cristi destinati alla carneficina.
Il libro contiene, come ideale filo conduttore fra tanta tragedia, anche una bella storia vera, d’amore e di morte. La protagonista è un’eroina locale che è poi la zia dell’autore. È la ragazza del mulo, appunto.
 
Quale è stato l'elemento scatenante che ha ispirato questa sua nuova opera?
 
La rabbia! Sembrerà strano ma è così. Rabbia verso coloro che non hanno mai ricordato questi sacrifici. Pensate che in quella particolare zona non c’è una Croce, né una lapide o un cippo di ricordo. Niente di niente. Forse perché erano “solo” poveri fanti del sud? Li avevano caricati su un treno in Basilicata dicendo di stare tranquilli che lassù potevano creare un avvenire. Tre giorni di strada ferrata e due di lungo cammino, siam giunti al Monte Cavallino… così diceva la canzone originale (che poi è stata modifica, non si sa perché, in Monte Canino).
Avevano creato apposta per loro la Brigata Basilicata per fare in modo che almeno si capissero; nessuno infatti parlava italiano, nessuno al nord li avrebbe capiti. Dal caldo al gelo in pochi giorni, con neve ancora alta e tanto freddo nelle ossa. Sono morti come mosche. Pochi sono ritornati nella loro terra.
Io, uomo nato nell’estremo lembo settentrionale d’Italia, ho sentito il bisogno di ricordare questi uomini che venivano dall’estremo lembo meridionale d’Italia. In barba alle battute sui meridionali e allo stupido razzismo di qualcuno. L’ho fatto con grande rispetto per tutti, ricordando che questi soldati sono saliti per aiutarci senza sapere neppure dov’era il Veneto, e tantomeno il Cadore, e chi era Cecco Beppe. Né potevano fare diversamente, sarebbero stati fucilati.
 
Ci racconti in breve del massacro di cui scrive
 
L’assurdità degli ordini, la scelleratezza di alcuni generali, la sete di sangue e di rivincita ha portato le nostre truppe al macello. 500 morti e feriti sul Cavallino nel giugno del 1915. Altri morti sul Palombino. 1000 morti e feriti il 4 agosto del 1915 sul famigerato Monte Roteck e altri 1000 in tre ore il 6 settembre successivo. Poi Caduti sui Frugnoni, sul Vanscuro, a Cima Vallona, sul Peralba. Una immensa catastrofe.
Altra vergogna: non si sono mai saputi i dati definitivi !!! Si presume che, nel breve scorrere di qualche mese del 1915, siano stati coinvolti solo in questo piccolo territorio circa 12.000 soldati fra morti, feriti, dispersi, prigionieri, di entrambi gli eserciti. Nell’indifferenza generale. Totalmente dimenticati! Forse volutamente dimenticati per nascondere l’assurdità degli “strani” comportamenti dei comandanti in capo.
Presto porteremo una Croce sul  Monte Roteck, in ritardo di quasi cento anni, ma la porteremo… A ricordo di tutti i Caduti italiani, austriaci, ungheresi, germanici, bavaresi, bosniaci, prigionieri russi e tanti altri.