L’ULTIMO GIORNO

 

Si sveglio’. Doveva essere a casa e invece si ritrovava in una base missilistica. Carmine si svegliava con l’odorino di caffè e due biscotti fatti dalla mamma; ora si svegliò con l’odore intenso della polvere da sparo. Doveva esercitarsi a diventare militare. Gli insegnavano ad uccidere e ad odiare; quando a casa gli insegnavano il contrario. Aveva diciassette anni ed era un alpino obbligato ad andare lì. Era un cattivo, un cattivo per errore. A casa aveva la fidanzata, si sentiva sicuro; gli piaceva la sua vita da contadino; a volte non voleva andare nei campi ad aiutare suo papà, gli sembrava noioso monotono, ma non pensava a chi era in guerra a morire. Ma ora che era al fronte capiva e avrebbe dato tutto per ritornare nei campi. Pensava alla mamma, da sola con Giovannino; a volte non lo capiva, lo sgridava così, ma sapeva che lo rimproverava per il suo bene. Ora però viveva nella paura. La sua vita era una bilancia che pendeva una volta da una parte e una volta dall’altra. Aveva anche degli amici, che lo aiutavano e lo capivano. Luigi era un ragazzo alto, grande e grosso; incuteva paura, ma in realtà non avrebbe fatto male ad una mosca; era timido e pauroso. Aveva un casco grande come due sue teste, come se, in caso di pericolo, volesse rifugiarsi dentro. Poi c’era Andrea, basso e mingherlino con un viso buffo; naso a patata e bocca sbilanciata. Era un po’ orbo e aveva bisogno degli occhiali. Sempre ottimista, aveva sempre la battuta pronta e non pensava mai al peggio. Erano nella 27° fila, ma presto sarebbero scalati fino in prima fila perché il comandante Zagnoner sceglieva i più giovani per le prime file. Odiavano il comandante, perché lui era quello che dava gli ordini, ma che non aveva il coraggio di scendere a combattere. Lui era sempre in poltrona a decidere chi viveva e chi moriva, che era sempre pronto a scappare, quando la situazione precipitava...

Din din! Din din! "Tutti in palestra, addestramento!" passava il solito soldato a suonare per i corridoi. Odiavano andare in palestra soprattutto perché andavano ad allenarsi ad uccidere. Prendevano i loro fucili e si incamminavano in palestra. Quel giorno dovevano andare nel sesto settore, quello del tiro al bersaglio. Tanti facevano salti di gioia quando arrivavano qua, mentre loro non riuscivano nemmeno a sparare ad una sagoma. Che cosa aveva fatto di male quel legno? La sala echeggiava di spari...

Erano di nuovo in camerata a parlare. Andrea raccontava di quando lui e suo padre andavano a pescare nel Piave; si ricordava ancora della sua prima anguilla di appena due etti...Luigi invece raccontava di quando lo erano venuti a prendere. Si ricordava di due agenti che, accompagnati dal cane, venivano a buttarlo fuori di casa...

Scattò l’allarme: "Deve essere un attacco aereo" ipotizzò Luigi.

"No, sono qui fuori!" gridò Andrea.

Presero i fucili ed uscirono in fretta, non c’era tempo da perdere!

C’era una grande confusione in corridoio, c’era gente che correva da tutte le parti. Loro si presentarono per primi, un grosso errore, perché vennero spediti in prima fila. Uscirono allo scoperto e vennero subito presi di mira, ricevettero alcuni colpi e poi caddero in una buca. Svennero per alcuni minuti, poi si ripresero. Videro un tedesco accanto a loro; il male direbbe loro di prendere il fucile ed ucciderlo, ma il bene di aiutarlo. Nel cuore dei tre alpini prevalse il bene e subito li si fecero vicini, divisero con lui le bende e le medicine. Giunta la notte, si strinsero assieme per evitare il freddo e per cercare di passare un’altra notte. Illusi. Solo Andrea si salvò e mio nonno raccontò questa storia. Io tacevo estasiato. Ora penso che i nonni sono una gran cosa e che dovrei passare più tempo con loro ad ascoltare le loro storie. Comunque ora devo andare a letto e quindi devo scrivere "fine" a questa storia, ma soprattutto "viva gli alpini".

 

 

 

 

 

Francesco Groppo

classe I B

anno scolastico 1999-2000

Scuola Media Statale di Pederobba