UN ALPINO OTTIMISTA

 

Il sole splendente illumina la vetta imponente della montagna e i suoi raggi si infrangevano nel torrentino decorato di violette e di lillà. Presto però quel piccolo paradiso di natura sarebbe stato distrutto dalla guerra che sempre di più si avvicinava. Infatti gli unici rumori che si udivano erano il taratataa....delle mitragliatrici e il sordo e rimbombante rumore delle granate. Giuseppe, in arte Bepi, era un ragazzo che veniva da Belluno e in quel momento stava risalendo il versante con i suoi amici combattenti, infatti era un Alpino. Ormai la guerra durava da tre anni ed era molto tempo che non rivedeva i genitori, Lucia, che era la moglie lasciata incinta, e tutti i parenti. Ormai il suo unico sostentamento era la speranza che gli infondeva la vita, la gioia della sua famiglia, della moglie e del figlioletto, Francesco. A causa dei continui spostamenti la moglie gli aveva potuto scrivere un’unica lettera, in cui gli diceva quanto le mancava e quanto l’amava. Poi aveva descritto un po’ il bimbo, nato dal loro reciproco amore poco dopo la sua partenza. Ogni volta che Bebi rileggeva la lettera, gli sembrava di toccare i riccioli biondi del frugoletto, le labbra morbide e le gambe paffutelle. La giornata era appena cominciata e già Bepi era stanco . sentivo il peso della tristezza, della nostalgia, della speranza che ormai aveva perso e di quella maledetta guerra che nel suo cuore era per sempre persa. L’unica persona che aveva come sostegno era il suo amico di sempre Gino, un giovanotto molto muscolo. I due amici si parlavano molto volentieri e si confidavano tutti i loro segreti. Gino non era sposato, non aveva parenti, i genitori erano morti e lui voleva diventare un prete. "Dai, Bepi!!". Urlò Gino. "I Todeschi no iè tant lontan!. Svelto, corri, che el comandante nol me speta!!!." Continuò Gino, prendendo l’amico per la mantellina scolorita. Era una cosa un po’ strana quella, non se la spiegava nemmeno Gino: verso Bepi provava un senso materno e mai al mondo l’avrebbe abbandonato senza proteggerlo. Avrebbe dato la vita per Bepi, ne era sicuro. Bepi alzò lo sguardo e vide la mano del comandante indicare il sole Est, bisognava spostare la compagnia verso Est, forse per sorprendere in un’imboscata i Tedeschi. Bepi respirava affannosamente, le gambe cedevano, lo sguardo era vuoto, ma bisognava continuare; quella era legge o si moriva. Combattere, combattere, combattere,...Quella parola assillava la mente di Bepi ed egli continuava inesorabile a sprecare il suo tempo per una ragione inutile, assurda e perdeva quello spettacolo che è crescere un figlio, aiutarlo a superare gli ostacoli della vita difficile che con lui non aveva avuto pietà. Bepi si riprese dai suoi pensieri e con gli occhi fissi sul comandante continuò a camminare velocemente. Bepi conosceva molto bene il Monte Grappa perché ogni anno in estate andava in vacanza nella malga della zia Cecilia. Il monte Grappa era molto significativo per lui e i suoi più bei ricordi e pensieri da bambino, ma non solo, li ricordava lì. Infatti era lì che aveva conosciuto Lucia e con Lei si era dato il primo bacetto sulla cima del Monte tanto caro. "Compagnia, Att!!.".Gridò il comandante. Il comandante Bertiorelli era un uomo basso, cicciotello, ma di grande coraggio. La sua divisa era tappezzata di medaglie e riconoscimenti e di questo l’ometto andava davvero fiero. All’improvviso, dalla radura sottostante sbucò un uomo disarmato che risaliva il versante velocemente. A mano a mano che egli si avvicinava si poté riconoscere l’ometto: era Mario, il portavoce della caserma. Tirava un fiatone e, povero, era partito dopo l’avvio della compagnia verso la montagna. Si avvicinò al comandante Bertiorelli che subito dopo ordinò di fare dietro-front per ordini ignoti "fuuu, son strac! Chel la nol pensa che son omeni e no marionete?!!" Disse sottovoce Gino a Bepi. "Tasi, fame na carità! Son qua che ghi no do BA..... ason perder, va!!!!" Rispose con un sorriso Bepi che si era un po’ sollevato. Iniziava così un lungo cammino di marcia verso casa. I soldati arrivarono alla base verso le ore sei di sera. Erano davvero esausti e stanchissimi. Furono portati subito in mensa per rilassarsi. Quella giornata infernale aveva stressato tutti gli uomini, come al solito! "Chissà come staranno Lucia e Francesco" Pensava angosciato Giuseppe. "Chissà come sarà Belluno" "Chissà come staranno i miei parenti e i miei amici" "Chissà se sarò cambiato e se avrò sempre nella mente le bombe, i bambini morti, le persone uccise e se nel cuore avrò sempre una ferita" Ripensava Bepi . Questo genere di pensiero non lo condivideva con Gino. Forse era un pensiero troppo intimo da condividere con una persona , lo doveva sapere solo lui. Un segreto personalissimo. Nell’accampamento, a dire la verità, il cibo non era dei migliori e, soprattutto la sera, ci si doveva accontentare del solito pezzo di pane un po’ raffermo e della "scudeleta de lat calt ." Purtroppo l’azione di quella giornata era andata a vuoto ed era stata un’impresa molto faticosa, dato che la compagnia era equipaggiata per sopportare una notte all’aperto. Dato lo stress precedentemente subito, quasi tutti gli uomini si rilassarono durante cena, chiacchierando animatamente con discussioni, ricordi e complessi discorsi sulla politica. Anche Bepi, per così dire, si era coricato dopo cena: "Bem, mi no so pì cosa dir. Qua son drio diventar vecio. Vui ndar casa e vedar la me fameia!". Pensò ad alta voce Bepi, sospirando. Quel ricordo era toppo grande, troppo famigliare, troppo affettuoso da dimenticare, tralasciando il passato e facendo finta di niente. Bepi, per un attimo, meditava sui suoi problemi, pensando e fu Gino a risvegliarlo. "Bepi, sveia che a procision se ingruma!!" "Movete, magna chel toc de pan là sul piato!!!..." gridò Gino, battendo la mano sulla spalla dell’amico di sempre "speta un minuto!!" rispose di rimando Bepi, spingendo l’amico verso un altro compagno. La serata finì lì in mezzo a due "ciacole". Non si andava a letto molto tardi perché la mattina bisognava essere mattinieri. Si parlava cinque, dieci minuti in tenda e poi stop, finiva lì la vita di un alpino. La mattina tutto ricominciava. Ricominciava la rabbia, la nostalgia, la solitudine, l’isolamento dalla famiglia e dalla società. Passavano i giorni e i sentimenti di Bepi si inacidivano sempre di più. Ormai era esausto, stanco, voleva tornare a casa e ricominciare una nuova vita. Una sera, mentre gli alpini stavano mangiando nella loro piccola "allegria", la sirena, segno di pericolo e invasione da parte dei nemici, suonò pericolo. Tutta la compagnia si allarmò e fu presa dal panico. Solo l’ordine di Bertiorelli di calmarsi fu determinante. Ordinò di prepararsi alla controffensiva. Divise in squadre ben organizzate la compagnia. Fu fatta uscire dall’entrata centrale e mandata in marcia verso il nemico. Bepi aveva una gran paura e Gino lo intuì. Si mise davanti all’amico e aprì le mani come per formare un velo di protezione. Non si udiva nulla all’aperto, nemmeno un minimo rumore. I passi felpati, il respiro trattenuto, l’ansia e la paura che soffiavano impetuose sul collo senza pausa. Così si sentiva Bepi. Silenzio. Un passo di un alpino verso il bosco. Uno sparo. Molti spari. Era ora di tornare a combattere. Spari e bombe a mano volavano nel cielo della notte senza sosta. Uomini cadevano e sangue scorreva a rivoli nel terreno desertico e abbandonato. Le facce rabbiose nel premere il grilletto, grida di dolore, bombe e tanto odio. Odio contro quell’uomo uguale a noi, diverso solo per nazionalità. E poi...L’onore, una sciocca causa per cui dovevano morire molte persone innocenti. Questa parola assillava la mente di Bepi ed egli continuava a premere il grilletto del fucile a raffica, senza riflettere su cosa stesse facendo, senza rendersi conto di niente. Pochi ne sopravvissero. I tedeschi avevano fatto dietro front e Bertiorelli disse che non valeva la pena di inseguirli. Bepi cadde a terra stremato, senza forze, bagnandosi la divisa. Cominciò a pensare, a riflettere su quello che aveva fatto senza ragione, senza senso. Gino!! Dov’era Gino??! Bepi si alzò da terra e si mise freneticamente a correre, chiamando invano il nome dell’amico. Ad un tratto puntò l’occhio su Gino: era a terra, sudato, con la divisa lacerata e una macchia di sangue sul petto: "Gino, ma cosa ti è successo???!! Ora vado a chiamare subito le crocerossine! Stai calmo!!!" disse Bepi rassicurante. "Schhh...! Non dire niente. Non dimenticarmi, caro Bepi. Resterai per sempre nel cuore, addio!" rispose con una voce flebile Gino. Poi chiuse gli occhi e spirò. Bepi non dormì per tutta la notte perché era troppo la rabbia dentro di sé. Il suo amico era morto e non sarebbe tornato mai più. Era tristissimo. Dopo pochi giorni di dolore, arrivò l’attesa notizia. La guerra era finita e tutti gli Alpini potevano tornare alle proprie case. Ora, quella splendida notizia aveva fatto rallegrare Bepi, e gli aveva fatto dimenticare il brutto momento. Dopo un giorno di cammino Bepi arrivò di nuovo all’armata Belluno. La fontana e l’abete secolare erano ancora lì, anche se un po’ invecchiati!. Bepi era felicissimo, quello per lui era un sogno fantastico. Poco dopo arrivò alla sua casetta, tutta decorata di fiorellini variopinti. Tirò la cordicella del campanellino e dopo qualche secondo si udì. "Un attimo." Era la voce di Lucia. Quando la moglie apri la porta, entrambi restarono a bocca aperta. "Lucia." "Bepi." Gridarono i due, felicissimi, per poi scambiarsi un bacio lungo un’eternità. "Ondelo Checo??" Chiese poco dopo Bepi, incuriosito? " Son qua papà!". Rispose una vocina allegra . Il fanciullo venne avanti e scoppiò a piangere. Sapeva che era il suo papà ed era felice. I tre si abbracciarono in una calda ed affettuosa stretta. Quello era l’inizio di una gioia, di una speranza ed era cominciare a vivere, dimenticando la guerra, il sopruso, la tristezza. Era ora di sognare una nuova vita.