El nostro parlar

TANTO PER COMINCIARE…

Oggi il nostro paese, inteso come luogo della vita di tutti i giorni, va ben oltre i confini delle nostre contrade; nel lavoro la lingua ufficiale è ormai d’obbligo e il dialetto si parla solo in famiglia o con gli amici.
Capita comunque, durante una conversazione, di sostituire le “z” con delle sonore “s” oppure dimenticare le doppie in fondo alla laringe: è la nostra madrelingua che si fa sentire.
Già, molti di noi (ma andando indietro di un paio di generazioni direi quasi tutti) sono cresciuti parlando il dialetto, ad insegnarci bene l’italiano avrebbe pensato poi la maestra alle elementari.
L’italiano, lingua con la quale non c’era gran confidenza, si usava solo a scuola, negli uffici pubblici o, per educazione, con i “foresti”; se questi ultimi fossero stati della zona sarebbero bastate poche frasi per intuirne la provenienza date le innumerevoli sfumature delle parlate locali (è chiaro che per mettere a proprio agio l’interlocutore e trarsi d’impaccio, la conversazione in questo caso sarebbe proseguita in dialetto !).
Lingua popolare quindi, depositaria e spesso unica testimone della cultura di persone semplici ma capaci di cogliere, del loro mondo, infinite sfumature.
Molti dei termini dialettali non hanno infatti una corrispondenza in italiano ma intendono esprimere un concetto o una situazione. Allo stesso tempo, non avendo delle rigide regole grammaticali, il dialetto si presta ad assorbire stravaganti neologismi e varianti locali.
Il seguente dizionarietto non ha grandi ambizioni ed è sicuramente incompleto; contiene molti vocaboli del parlato quotidiano e alcuni termini ormai in disuso che vi faranno anche un po’ sorridere.
Sarà interessante completarlo con le vostre indicazioni in base alle quali provvederemo ai necessari aggiornamenti.
Un omaggio alle nostre radici ormai quasi sepolte nel nervoso e operoso “nord-est” produttivo dove cresceremo i nostri figli … fin che avon fià!

Buon divertimento.    
Gian

Per i vostri suggerimenti e indicazioni:
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LA FONETICA

Alla “ž” corrisponde la nostra tipica “z” di žùcaro, žuca, žot
e così via, che si pronuncia con la lingua fra i denti come la
più celebre “th” inglese.

La e aperta ha il segno grafico “è”: (sèrra, tèrmine, sècolo)

La e chiusa ha il segno grafico “é”: (séra, véro, intéro)

La o aperta ha il segno grafico “ò”: (pòrtico, suòcera)

La o chiusa ha il segno grafico “ó”: (vólo, assólo)

La s sonora ha il segno grafico “š”: (paeše, ašilo, šlavina)

La s sorda ha il segno grafico “s”: (sotto, aspettare, pasto)