IL Vajont

Alle 22,45 del 9 Ottobre 1963 la muta montagna si risveglia e un intero costone del monte Toc frana e si riversa nelle acque sottostanti della diga del Vajont.

L’enorme onda che si forma coglie nel sonno diversi Paesi.

E’ una tragedia: l’acqua lascia dietro di sé solo fango e morte.

Il Piave ancora una volta porta in braccio sulla corrente i cadaveri di molti innocenti.

I pochi superstiti si ritrovano a versare lacrime per i loro cari su quel suolo fangoso che mai più avrebbe restituito loro i corpi. Non serve all’Alpino un motivo per marciare verso quelle montagne, che tante volte hanno visto, bastano gli sguardi distrutti dal dolore e dalla sofferenza di tanta gente indifesa.

Si parte, raccontano i volontari di Onigo, e muti, con pale e picconi, si inizia a scavare sotto il fango senza mai scacciare dal profondo del cuore la speranza di ritrovare qualche supestite, qualche amico, qualche alpino e sempre convinti che, di fronte  a questa enorme tragedia, un Alpino ricorda di essere un alpino e ciò darà a noi, a tutta l’Italia, a tutto il mondo, la certezza che (saprà) trovare la forza necessaria per superare la tremenda prova a cui il destino (lo) ha sottoposto.

(Da l’Alpino 1963)

 

La Valtellina

 

Alla fine di luglio del 1987 le immagini televisive che venivano trasmesse erano quelle di un popolo in ginocchio: la Valtellina. Sotto il fango, portato dalla furia distruttrice dell’Adda, erano sepolti numerosi uomini, donne, bambini e le loro case.

Sembrava che tutto dovesse finire, che nulla sarebbe più tornato come prima, dopo quel fatidico 14 luglio.

Ma non bisogna mai perdere le speranze e gli alpini si mobilitarono subito, dopo l’S.O.S. del

Presidente Nazionale, per portare tutto l’aiuto possibile ai Valtellinesi e per cercare con loro di ricostruire quel mondo sommerso sotto il fango.

Anche gli Alpini del Gruppo di Onigo risposero all’appello, non solo raccogliendo fondi,ma partecipando attivamente con un seppur piccolo, gruppo di volontari.

Nel ricordo di Giulio Ceccato, Paolo Pandolfo, Costantino Rossetto, ancora oggi sono impressi  nella mente non solo i volti disperati della gente incredula davanti a quella catastrofe causa di lutti e distruzione,ma anche la gratitudine di gente che nella disperazione ha trovato la forza di ringraziarli infinitamente perché con umiltà hanno ammesso che senza l’aiuto, non solo di loro ma di tanti alpini  volontari, da soli non ce l’avrebbero mai fatta.

Due anni dopo i tre alpini ritornando nei luoghi del disastro per rendersi conto di come era cambiato il territorio, riconosciuti da alcuni paesani sono stati accolti calorosamente e in modo particolare da una signora a cui avevano salvato la casa.

Si sa che nello spirito alpino si vorrebbe fare di più di quello che è possibile dare come avrebbero voluto fare loro, ma a noi tutti resta la certezza che dove c’è bisogno d’aiuto lì sempre ci sarà un Alpino.