DA UNA ADUNATA NASCE IL" CORO VOCE ALPINA ONIGO"




Roma, maggio 1979: 52esima adunata nazionale. Per il sottoscritto, ancora studente, la prima.
Arrivo della spedizione (camion e corriera) nel pomeriggio; breve perlustrazione in città alla “caccia” di uno spiazzo capace di accogliere cucine e dormitorio; poco tempo per “piantare l’accampamento” (sul Colle Oppio) ed ecco fatto: cucine e camere con vista...sul Colosseo.
Memorabile! Impareggiabile!
Ritornai da recluta alpina più di una volta sul posto due anni dopo, in libera uscita, ricordando quell’adunata a cui partecipai non per diritto, non avendo ancora prestato servizio militare da alpino, ma per diletto. In effetti diletto fu. Non tanto e non solo per la grandiosa festa e la magnifica città che la ospitò, ma soprattutto per la mia strabiliante scoperta di un “popolo” eccezionalmente vitale ed eccezionalmente fiero di sé: gli alpini. Qualche mese ancora ed avrei acquisito il diritto di appartenenza a quel “popolo” di cui ora faccio parte anche se meritando, in verità, la radiazione morale per assenteismo.
Ad onor del vero, fin da piccolo avevo avuto modo di seguire mio padre e il Gruppo Alpini e, se pur in ambito ristretto, fin da allora avevo avuto modo di conoscere il “popolo” degli alpini. Lo avevo conosciuto persino da dietro le quinte. Seguendo mio padre, a volte aiutandolo (per quanto possibile e per quel che ero capace) e sentendone i discorsi, avevo avuto modo di capire precocemente come funzionava il gruppo e come erano fatti gli alpini. Devo dire che fin da allora mi piacevano.
Ricordo anche belle giornate di festa: attese, preparate e vissute intensamente, con grande piacere, ma, purtroppo, sempre troppo brevi. E’ difficile spiegare a chi non ha capito da solo che cosa facesse e che cosa faccia funzionare bene gli alpini. Se parlassi di grigliate potrei forse dire: carne genuina, poche aggiunte e bravi cuochi. Ma non sto parlando di grigliate e la spiegazione è ben più profonda.
Sin da bambino, al seguito di mio padre, nelle mie prime frequentazioni del gruppo alpini, che per lo più si riferivano a gite in montagna o alla domenica di agosto sul Monfenera, ero rimasto in qualche modo impressionato, incuriosito e certamente attratto dalla rituale esecuzione di canti alpini. Tutto succedeva repentinamente senza alcun preavviso: si formava un piccolo gruppetto di due o tre persone, intonavano una canzone, e pian piano il gruppetto cresceva fino a formare un coro spontaneo. Non so se sia suggestione legata ai ricordi, ma, a memoria, quei cori non parevano improvvisati e strampalati. Tutt’altro: sembrava che tutti conoscessero la loro parte ed il risultato d’assieme era veramente apprezzabile. Il repertorio era costituito da canti tristi, in genere ispirati ad eventi di guerra, da altri briosi, spiritosi e costruiti sulla spassosa raccolta di allusioni a faccende amorose ed altri ancora che, in maniera assai variegata, raccontavano di come viveva la nostra gente nei tempi passati.
Questa abitudine trovava nelle adunate la migliore occasione per esprimersi e mi tornano alla mente solo alcune delle tante canzoni ivi ricorrenti. Per qualcuna mi risulta meccanico associare un luogo o un evento: ”Sotto il Castel Santangelo”- adunata di Roma; “Ta pum”- pellegrinaggio sul monte Ortigara; “la Dosolina”- adunata di Verona. Quest’ultima canzone la associo ad una immagine particolare: camminando per una via centrale, immersi nella folla di penne nere, di sabato pomeriggio, ci avviciniamo all’ingresso di un bar, con l’intento di entrarvi; sullo stipite, di spalle, tre alpini che io non conoscevo, ma mio padre sì; un breve e gioviale saluto, un “come va?” e dopo appena mezzo minuto partono...”La Dosolina la va di sopra...”. Canzone di per sé non molto significativa, almeno mi sembra, ma legata ad un episodio, invece, molto significativo. E così, di ricordo in ricordo, arrivo ad una brusca interruzione del mio cammino assieme agli alpini: la grave malattia e la scomparsa di mio padre nel luglio 1986. Ritenni di non poter continuare come nulla fosse e, in silenzio, avrei lasciato spirare così il mio status di alpino.
Treviso maggio 1994: 67a adunata nazionale (la precedente a Treviso il sottoscritto la vide a 6 anni).
Il richiamo fu irresistibile! Così, il venerdì sera, mi presentai al cospetto di quegli alpini che avevano continuato a lavorare ed erano lì per rendere onore al grande appuntamento: quella volta “erano di turno”.
Ad ora ormai inoltrata, passata la ressa sotto la tenda ristoro, erano rimasti in silenzio alcuni alpini del gruppo di Onigo ed alcuni del gruppo di Pederobba: entrano due ragazze con seguito ed una di loro intona “Era una notte che pioveva”. Dopo poco la tenda riprese a ripopolarsi ed i canti continuarono per un bel po’...il meccanismo funzionava ancora, ma i cantori, ad essere sincero, mi parevano meno affiatati ed intonati di un tempo (forse l’ora era troppo tarda?).
Non sono stato il solo ad accorgermi che piano piano l’abitudine di cantare sta passando.
Schiacciati da ritmi di lavoro esasperati, risucchiati da programmi televisivi satellitari non stop, tutti pronti a seguire la moda della navigazione cibernetica ed a ricercare il provider più “a buon mercato” stiamo per imparare a scaricare files MP3 da Internet, ma non siamo più capaci di intonare una canzone. Non siamo più capaci di condividere con altri il piacere “più sano, semplice ed economico” che ci possa essere: cantare in compagnia!
Di quelle canzoni “storiche” non ricordo più le parole e conosco a malapena la melodia.
Per tentare un rimedio avevo cominciato il venerdì sera, nella sede, a far circolare scherzosamente la richiesta di far nascere un coro, poi, per l’adunata di Cremona, avevo preparato 25 pezzi di una raccolta di canti alpini in formato A6 intitolata “Vademecum del C.A.O.S.”. Il nome era né più e né meno l’acronimo di “Coro Alpini di Onigo e Simpatizzanti” e coincideva verosimilmente agli effetti previsti della divulgazione dell’opuscolo. All’adunata, per la verità, ottenni un risultato con buona approssimazione rasente allo zero. Alla fine dell’estate di dieci anni fa, invece, siamo riusciti a rendere concreta l’iniziativa e a far partire il “Coro Voce Alpina” al quale attualmente aderiscono molti soci del gruppo alpini di Onigo, ma non solo. L’impresa non si presenta facile ed il risultato non appare scontato. La vetta è ancora in alto, ma la colonna è partita e cammina lentamente confidando di arrivarci. Il sostegno del gruppo alpini costituisce quasi da solo una garanzia di riuscita se accompagnato dall’impegno e dalla costanza dei coristi.
In questo 80° di fondazione non può mancare una riflessione su questa iniziativa. Ricordando quei cori alpini credo di portare il pensiero ben oltre le mie poco importanti memorie. Certe canzoni, certe tradizioni, a ragionar bene, costituiscono una sorta di filo conduttore tra le generazioni che hanno vissuto in prima persona o indirettamente le guerre di trincea, quelle che poi hanno vissuto in prima persona o indirettamente le guerre di conquista. E quelle odierne che hanno in parte ereditato dalle precedenti ed in parte accresciuto un patrimonio di valori prezioso e disponibile per tutta la comunità.
Il vanto del coro è quello di aver contribuito alla realizzazione alla diffusione e al successo  dello spettacolo “CENTOILA GAVETTE DI GHIACCIO assieme all'attore “Andrea Brugnera portato in tournè in tutto il nord Italia festeggiando, la sua 50ma replica il 19 giugno 2010 proprio ad Onigo.
Buon proseguimento dunque agli Alpini ed auguri al Coro Voce Alpina per un suo lungo cammino.

Tiziano Speranzon
Primo presidente e fondatore del Coro Voce Alpina